sabato 30 maggio 2009

La tragedia della Saras. Lacrime di coccodrillo & rabbia operaia.

Dal blog http://the-stobados.noblogs.org/

Luigi, Daniele e Bruno sono morti ieri in una delle più grandi raffinerie d'Europa: la Saras del gruppo Moratti. Dovevano compiere una semplice operazione di routine, la pulizia di un serbatoio. Sono morti in sequenza per cercare di aiutare chi era rimasto vittima dentro quella trappola; l'ultimo ad entrare e' stato Daniele con una maschera anti-gas, precauzione inutile, "qualcosa" è andato storto ed anche lui ci ha rimesso la pelle. Ancora morti sul lavoro, ancora vittime del risparmio aziendale, attento ai guadagni e non alle perdite...

Niente di nuovo alla Saras
I 3 lavoratori di Villa San Pietro erano dipendenti di una ditta esterna. Le ditte esterne fanno risparmiare all'azienda almeno il 30 % ed il lavoro viene comunque svolto nei tempi richiesti. Parafrasando le parole di un operaio intervistato nel documentario "Oil", le gare d'appalto si svolgono su costi bassi e per rientrare nei tempi, con il minimo indispensabile di personale, i turni di lavoro diventano massacranti e la sicurezza và di conseguenza a farsi benedire. Risultato? Incidenti sul lavoro, proprio come quello che ieri è costato la vita a 3 lavoratori.

•"Oil", il documentario censurato sulla Saras
Le lacrime di coccodrillo
I Moratti stanno "vicino alle famiglie delle vittime" titolano i giornali. Lacrime da coccodrillo, come molte altre, la loro attenzione era concentrata nel tentativo di bloccare la proiezione del documentario suddetto per non ledere l'immagine del gruppo... Torniamo ad assistere all'ennesimo teatrino del finto dolore di politici e imprenditori, con la presa di parola di personaggi che sarebbe meglio se tacessero, gli stessi corsi a dichiararsi, 2 anni fa, "scossi" dalla tragedia della Thyssen Krupp di Torino... Acqua ne è passata sotto i ponti, ma le dichiarazioni e le promesse sono rimaste aria fritta, con gli operai che continuano quotidianamente a morire in fabbrica e nei cantieri.

•Morti nella cisterna: i precedenti
La rabbia operaia
Alle 7 di questa mattina cancelli chiusi e oltre 2mila persone in presidio fuori dalla Saras: 8 ore di sciopero nella provincia di Cagliari, 4 nel resto della Sardegna per il comparto dei metalmeccanici. Tanta la rabbia fuori dai cancelli, sui quali i colleghi dei 3 lavoratori morti hanno legato 3 rose rosse e 3 rose bianche. Nel pomeriggio è arrivata la conferma che lo sciopero sarà esteso anche per i prossimi 2 giorni, lo stabilimento rimarrà bloccato fino a lunedi, si è inoltre deciso di bloccare a tempo indeterminato ogni ricorso agli straordinari. Le autorità di Sarroch e di Villa San Pietro hanno proclamato quindi 3 giorni di lutto cittadino a partire da oggi. Dopo aver confermato lo sciopero dei metalmeccanici sardi nel giorno dei funerali, le segreterie di Cgil Cisl e Uil hanno sottolineato come "il tragico episodio ripropone con urgenza il tema della sicurezza nella raffineria", la Fiom si costituità parte civile. Ma probabilmente sarebbe il caso di bloccarli "prima" gli stabilimenti, fermare le produzioni per esigere sicurezza e diritti, il "dopo" è troppo spesso testimonianza. Nel frattempo altri 3 lavoratori han perso la vita, e il bollettino di guerra sui posti di lavoro non conosce fine.

•Saras, l'orrore del sopravvissuto "Ho cercato di salvare Bruno"

giovedì 28 maggio 2009

C’era una volta il partito comunista.

A volte capita ad ognuno di noi di guardarsi attorno e di cercare di capire da cosa è circondato. Questo stesso tipo di ragionamento è asportabile alla tematica politica, cioè, così come il cittadino nella sua dimensione lavorativa è circondato da una serie di mansioni da portare avanti giorno per giorno, allo stesso modo il cittadino politico si trova in mezzo ad una folta schiera di pensieri ed ideologie, spesso senza riuscire a capire quale sia la sua giusta collocazione politica. Quando chi vi scrive tratta tali discorsi è solito raccontare l’ esperienza di un bolognese politicamente di sinistra, nato nel 1950. Tale persona per motivi di famiglia si è dovuto trasferire in Giappone a circa diciotto anni per poi, dopo essersi creato una stabile situazione economica, ritornare in Italia pochi anni or sono, precisamente nel 2006. Il nostro protagonista che chiameremo Abbondio, nascondendo in tal modo la vera identità del personaggio, si ritrova dopo trentott’ anni paracadutato nuovamente nella sua Italia senza aver avuto nel corso degli anni in cui è stato lontano dalla sua madre patria, la possibilità di conoscere con chiarezza ciò che stava succedendo nella Stessa.
Da buon uomo politico qual’ era, Abbondio, una volta sbarcato in Italia ha deciso immediatamente di tornare ad occuparsi di politica in modo attivo, spinto dal ricordo degli anni che furono, gli anni in cui malinconicamente ha dovuto abbandonare, senza volerlo, le lotte studentesche per partire con la famiglia in Giappone.
Purtroppo però lo scenario politico Italiano era totalmente cambiato e lui non era consapevole di ciò.
Tentò intanto di ritrovare una dimensione politica nella quale inserirsi per dare il suo contributo ma immediatamente dovette abbandonare questa sua scelta, in quanto non era presente nessun partito che lo soddisfacesse veramente. Ancora oggi Abbondio vive la sua battaglia politica dall’ esterno senza nessuna tessera partitica, nostalgico dei compagni che lo circondavano nelle lotte all’ università, tutto ciò nell’ incapacità di riuscire a spiegare a se stesso il motivo per cui le vicende politiche erano totalmente cambiate.
Così Abbondio decise di scrivere due parole che io ritrovai nella casa che mi diede in affitto a Bologna: “ l’ Italia ahimè è cambiata, la sinistra non è più in grado di coinvolgere la massa, non si occupa di creare un modello da opporre al dilagante Berlusconismo, ma cerca di arginarlo con gli stessi mezzi. Il partito comunista non è più quello di una volta, che faceva della sua scuola politica il perno su cui creare le nuove classi dirigenti, oggi è diverso, oggi i compagni si sfidano nel ricordo, si frammentano davanti all’ idea di chi sia più marxista dell’ altro, senza ricordare che per lottare contro il sistema capitalistico è necessario essere uniti quanto mai. Ne ho visto è letto di tutti i colori, il partito marxista leninista, il partito comunista dei lavoratori, il partito d’ alternativa comunista, sinistra critica, rifondazione comunista che si frammenta ulteriormente e tanti tanti altri. Vedo dei partiti che non sono più vicini ai lavoratori, o che se lo sono, fanno a gara per diventare quelli che tra tutti sono i “più” vicini ai lavoratori. Mi sembra che sia giunto il momento di dire basta, il momento di tornare a combattere insieme per una società diversa, basata su valori e non sulle poltrone, sulla volontà di star meglio solo se stanno meglio tutti e ciò si può fare senza la necessità di guadagnare dodici mila euro al mese.”
Queste parole che ho trovato su un piccolo foglietto di carta, imbrattato dal giallore del tabacco, le ripropongo a voi, nella speranza magari di riuscire a suscitare nel vostro io qualcosa, anche se, so benissimo che probabilmente si tratterà di parole al “vento”.

lunedì 25 maggio 2009

Al cinema un "Che" uomo e rivoluzionario


"Che - L'argentino" e "Che - Guerriglia" sono le due parti del lungometraggio sul rivoluzionario argentino diretto da Steven Soderbergh, uscite al cinema a poche settimane di distanza l'una dall'altra. Non è certamente semplice fare un film su una delle icone più discusse della nostra epoca, ma si può dire che Soderbergh sia riuscito ad ottenere un buon risultato, senza scadere nella venerazione del Che, ben interpretato da un Benicio del Toro straordinariamente somigliante al personaggio. E' infatti questo uno dei maggiori pregi del film, dove il Che appare per ciò che era: un rivoluzionario, certo, ma pur sempre un uomo, con le sue debolezze, i suoi tratti idealistici, pragmatici e autoritari (come quando nella prima parte fa condannare a morte un traditore -scena che certo non piacerà ai portabandiera "sinistroidi" della non violenza-). "Che - L'argentino" parte dal primo incontro in assoluto con Castro e il manipolo di rivoluzionari che stavano progettando di rovesciare Batista, per arrivare a poco prima della presa de L'Avana, coronamento di una guerriglia vittorios. E' una prima parte molto interessante da un punto di vista cinematografico nonché quella più vicina alla definizione di "film-documentario", con un alternarsi di scene riguardanti la quotidianità dei guerriglieri nelle alture cubane e di parti in bianco e nero descriventi il viaggio del '64 a New York quando il Che parlò all'assemblea dell'ONU: impostazione questa che ricorda da vicino "JFK" di Oliver Stone. Le difficoltà della guerra di guerriglia sono parecchie e vengono certo evidenziate, ma il regista sottolinea maggiormente i successi ed il percorso trionfale di Fidel Castro e i suoi. Accade il contrario in "Che - Guerriglia" (basato sui diari di Bolivia), laddove dei maggiori leader del nuovo Stato è il solo Guevara ad abbandonare Cuba per recarsi in Bolivia e tentare di far scoppiare anche lì una rivoluzione, nelle sue intenzioni preludio alla sollevazione dell'intera America Latina. Qui le difficoltà sono subito maggiormente connotate, a partire dall'ostilità del Partito Comunista Boliviano e dalla diffidenza dei contadini del posto che i guerriglieri tentano invano di portare dalla loro parte (uno di questi -minacciato- passa dall'appoggiare i ribelli a dare importanti informazioni all'esercito consegnandoli di fatto la testa del nemico). La narrazione procede sulla scia di questi ostacoli, cui si aggiungono la scarsità di cibo e l'asma che non da tregua al Comandante, il quale per diversi tratti si trascina con grande fatica. Si arriva così alla cattura dello stesso Che da parte delle forze regolari boliviane: il simbolo della Rivoluzione cubana cade nelle mani del nemico, che fino ad allora aveva pubblicamente negato la presenza del rivoluzionario tra le montagne boliviane. Tenta invano di farsi liberare da un soldato, ma in ogni caso la sua condanna a morte è inevitabile e potrà permettere di infliggere un duro colpo al movimento rivoluzionario mondiale.
In definitiva, la pellicola sul Che è in sostanza ben riuscita ed è consigliata a chiunque voglia conoscere alcune delle vicende di un rivoluzionario troppe volte relegato (come spesso capita ai grandi rivoluzionari) al ruolo di simbolo sterile ed inoffensivo.

mercoledì 20 maggio 2009

La rivolta di Torino


aricolo tratto da uniriot.org

L'Italia è davvero un paese insopportabile e questo non tanto perché a governarlo c'è una solida maggioranza razzista e neocon, una maggioranza radicata nel tessuto produttivo, imbattibile nella scena mediatica, ma soprattutto per la mediocrità della sua opposizione. Un'opposizione senza coraggio né passioni. Basta leggere i giornali di oggi, meglio la Repubblica, o leggere le dichiarazioni di Franceschini per fare questa breve considerazione.

Quando sono esplosi gli studenti greci, al seguito dell'omicidio del povero Alexis, Ilvo Diamanti ha scritto per Repubblica analisi per nulla banali sul tratto comune della nuova generazione in lotta: dalla Francia all'Italia, dalla Grecia alla Spagna ‒ parafrasando le parole di Diamanti ‒ una generazione estranea al patto sociale alza la testa e pretende di riavere indietro il futuro che la precarietà le ha sottratto. Nelle scorse settimane, mentre in Francia venivano sequestrati i manager, Bernardo Valli ha dedicato pagine importanti all'anomalia d'oltralpe.

Il radicalismo francese è una sorta di modello da coccolare per la sinistra italica, sempre utile per ricordare a Berlusconi che anche la destra neocon più raffinata, quella di Sarkò, è tutt'altro che al sicuro. Poi Londra e l'assedio della City: per la prima volta capita di leggere Ezio Mauro e Massimo Giannini che si spingono a giustificare la rabbia anti-banche. Certo entrambi condannano la violenza, ma ratificano la necessità di un nuovo patto sociale contro la crisi. Aggiungo infine un elemento non marginale. L'Italia è un paese in cui le sue sinistre celebrano da quasi mezzo secolo i fasti del sessantotto studentesco. Un sessantotto senza operai e senza rivoluzione, indubbiamente, educato e pieno di buona società, comunque anno straordinario e senza pari. Nel sessantotto romano spicca un'esperienza che nessun politico della sinistra italica ha mai ripudiato: Valle Giulia.

Quanto accaduto ieri a Torino non si discosta molto, nella sostanza materiale, dai fatti di quarant'anni fa, così come, seppur con molte differenze, dalle rivolte greche e francesi. Ma ripercorriamo, fuori dalle menzogne giornalistiche, gli eventi torinesi. Almeno 10.000 studenti si mettono in corteo, giunti da tutta Italia, oltre che dalle facoltà torinesi. Desiderio condiviso da tutti è quello di violare la zona rossa, per dire basta a città militarizzate e per opporsi alle riforme universitarie. Migliaia di studenti dell'Onda hanno messo da parte la paura, quella propria della solitudine, e con il coraggio intenso dell'esperienza collettiva hanno provato a camminare, nonostante la polizia in assetto antisommossa cingesse d'assedio il castello del Valentino. Scudi di plexiglass e caschi a proteggere la propria testa dai tonfa. Poi le cariche, già violente il giorno prima. Manganelli, ma soprattutto tanti lacrimogeni, quelli al Cs di genovese memoria, come Mortola. Poi la difesa, agita tutti assieme, senza alcuna separazione tra buoni e cattivi. Immediata la gestione giornalistica: no global e violenti prendono l'Onda in ostaggio. Corriere e Repubblica sostanzialmente omogenei, per la prima volta da settembre.

Occorre dirlo a voce alta, in questo paese di razzisti e codardi, ieri migliaia di studenti dell'Onda hanno alzato la testa, nei confronti di chi alla contrattazione sociale ha sostituito l'autoritarismo. Dopo mesi di lotte gli studenti italiani hanno ricevuto porte chiuse e manganelli. Da che parte sta la violenza, quella vera, quella del potere cieco e sordo? Ieri a Torino c'era solo indignazione, forte e ragionevole.

Francesco Raparelli, Dottorando di ricerca in Filosofia politica

Torino: G8 dell'Università

La parola hai fatti:



martedì 19 maggio 2009

Pecora Nera n 10

Qualche giorno di assenza dovuto essenzialmente alla creazione del nuovo Pecora Nera. Siamo arrivati al numero 10, ciò vuol dire che già 5 mesi sono trascorsi dall'uscita del primo numero. Speriamo di continuare così.
Ecco a voi l'editoriale:

Westler d'Itaglia

Centro-sinistra oggi. Difficile parlare di un qualcosa il cui nome non corrisponde al significato. Il centro-sinistra di oggi è formato da tre partiti: Italia dei valori, partito socialista, partito democratico. Per risalire alla situazione attuale bisognerebbe ricapitolare tutte le alleanze, le scissioni, le migrazioni, ma ciò sarebbe noioso oltre che piuttosto complicato. Meglio parlare della situazione odierna. Qualcuno dice che il centro-sinistra ha avuto (e sta avendo) una graduale e interminabile degenerazione. Si può parlare di degenerazione nel nostro caso? Qualcosa che non ha nemmeno più le sembianze di ciò che era, non è un qualcosa di degenerato, è un qualcosa di irrimediabilmente mutato. Quali sono le idee di sinistra portate avanti da questi partiti? Quali sono le politiche di sinistra che gli appartenenti quest'area vanno propagandando? La risposta è la stessa per entrambe le domande: nessuna. Oramai l'ideologia non serve più a niente, nella politica di oggi serve solo andare a Porta a Porta o a Ballarò, scontrarsi con gli avversari politici di turno e stop, tutti a casa felici e contenti. Quando mi capita di soffermarmi a guardare un programma qualsiasi, con ospiti dei politici di fazioni diverse, mi sembra di assistere ad uno spettacolo di Wrestling. Davanti a me non ho due -o più- omoni in mutande che fanno finta di darsele di santa ragione, osannati dalle rispettive tifoserie, ma ho due -o più- ominidi in giacca e cravatta, che fanno finta di litigare -verbalmente purtroppo- con le rispettive tifoserie, che applaudono le loro abilità retoriche o più probabilmente la battuta velenosa sull'avversario. La differenza è che i wrestlers sono molto più bravi a non farsi scoprire, dopo l'incontro, a braccetto con l'avversario...crollerebbe tutto il castello di carte! I nostri politici oramai non si curano neanche di questo, basti ricordare il famoso video di Luciano Violante alla Camera dei deputati che svela tutto il giochino del conflitto d’interessi e di Mediaset: il centro-sinistra assicurò a Berlusconi che non avrebbe sfiorato il suo conflitto d’interessi né le sue televisioni sin dalla sua discesa in campo (1994). Nel mentre il gioco delle tre carte continua come se niente fosse, i soliti politici continuano a fare la staffetta per governare, e la maggioranza degli italiani continua a credere che ci sia un conflitto insanabile tra destra e sinistra.
Ma in questi ultimi anni un partito nuovo sta prendendo sempre più consensi nel centro-sinistra: L'Italia dei Valori, il partito di Antonio di Pietro. Sarebbe bello sapere cosa questo partito abbia di sinistra, infatti, a partire dalla sua struttura verticistica e tutta concentrata nella figura del suo leader, sembra più ricalcare le forme di un altro partito, nato nel 1994, grazie a Dell'Utri. Ma, la sua politica di stampo liberale a favore dei finanziamenti alle scuole private e la difesa senza sconti delle forze dell'ordine - anche nel caso del G8 di Genova - sono indubbiamente di sinistra.
In questa Italia malata le persone di sinistra oggi dovrebbero porsi un quesito: cos'è peggio nel nostro Paese, un uomo come Berlusconi, che sta mettendo su un regime mediatico-populista dai tratti fortemente autoritari? Oppure dei finti partiti di una finta opposizione, che con il loro finto dissenso perpetrano questa situazione, mascherando la loro azione politica e facendo in modo che nulla cambi, che tutto rimanga uguale?




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giovedì 14 maggio 2009

Cercasi fotografi!


Ciao a tutti, questo è un appello per tutti coloro che girano attorno al mondo studentesco, alle sue mobilitazioni, alla sua vita. E' un appello mirato per tutti coloro che fotografano tutto quello che ci può essere di interessante nel mondo sopra descritto: manifesti, striscioni, manifestazioni, scritte sui muri, sit-in, bandiere, lezioni eccecc. Se vi piace fotografare questo genere di cose e volete pubblicare nel giornale Pecora Nera o/e nel blog le vostre foto mandatele alla nostra e-mail: scienzepoliticheoccupata@gmail.com
Se possedete già delle foto che secondo voi possono essere adatte mandatele e vi saremo grati...infatti, l'esservi grati, sarà l'unico ricopensa che potremo darvi ovviamente...
Se prima di parteciparvi volete togliervi qualche dubbio scrivete pure senza problemi.
A presto e grazie!